La mia nuova vita a Parigi
capitolo 9📝 849 parole👁 1 visualizzazioni

La fuga fallita

Cazzo, dopo il weekend con Lena sono a pezzi. Il mio cazzo è scorticato come parmigiano vecchio, il mio cervello va in loop su immagini di piscio caldo e squirt in piena faccia, e mi sento come un rifiuto umano. Gisèle mi manda SMS porci ogni giorno – «Vieni a scoparmi stasera, bello mio, ho un nuovo giocattolo per il tuo culo» – e Lena posta teaser su OnlyFans con screenshot sfocati della nostra scopata, che fanno salire i suoi abbonati come azioni in bolla. Anche la bionda e la sua amica mora sembrano sapere che guardo, perché i loro show lesbo diventano sempre più esibizionisti, tipo che adesso scopano attaccate al vetro. E la coppia? Hanno assunto una babysitter fissa per potersi sballare ogni sera senza freni. Parigi mi ha trasformato in un cazzo di calamita per culi: tutti intorno a me sembrano pronti a spogliarsi e venire in pubblico.

Non ce la faccio più. Decido di fuggire. Non di traslocare – troppo caro, troppo stressante – ma solo di allontanarmi da questa maledetta vetrata. Piano d’azione: uscire tutte le sere dopo il lavoro, andare in bar normali, incontrare gente che parla di calcio o politica invece di segarsi a distanza. Magari provarci con una collega, per scopare come un adulto normale, senza telecamera, senza piscio, senza vecchia pelosa.

Prima sera della grande fuga: mercoledì. Torno a casa, mi tolgo i vestiti da trader, infilo un jeans e una maglietta pulita e vado al bar dell’angolo, «Le Comptoir», un posto rumoroso con schermi giganti per le partite. Arrivo verso le 20, ordino una pinta, mi siedo al bancone. Intorno a me tipi in giacca che si rilassano, ragazze in tailleur che ridono forte. Niente culo in vista, perfetto. Parlo con il barista del tempo – sì, sono caduto così in basso – e guardo la partita del PSG contro non so chi. Tranquillo.

Poi arriva lei. Una donna sui trent’anni, rossa fiammante, vestito rosso aderente che grida «scopami stasera». Si siede a due sgabelli da me, ordina un Martini, accavalla le gambe e mi lancia uno sguardo di traverso. Cazzo, è uno schianto: tette generose che tendono la stoffa, culo sodo sullo sgabello, labbra carnose che succhiano la cannuccia da professionista. Sento il mio cazzo che si sveglia, ma mi dico: no, David, sei qui per scappare dal culo, non per tuffartici dentro.

Troppo tardi. Si gira verso di me: «Ciao, sei nuovo da queste parti? Non ti ho mai visto qui». Voce roca, sorriso da predatrice. Parliamo: si chiama Sophie, lavora nel marketing a La Défense, divorziata da poco, cerca di «divertirsi». Le racconto la mia vita da provinciale appena arrivato, ridiamo, ordiniamo un altro giro. Alla terza battuta mi mette la mano sulla coscia e so che è finita.

Finiremo da lei, un appartamento a due strade da casa mia – ironia della sorte. Appena chiusa la porta, mi sbatte contro il muro, mi bacia come una affamata, lingua che esplora la mia bocca mentre la mano mi afferra il cazzo attraverso i jeans. «Sei già duro, eh? Adoro i ragazzi come te». Si toglie il vestito con un gesto, resta in perizoma rosso e reggiseno push-up che fa straripare le tette. Le afferro, le succhio attraverso il pizzo, lei geme «sì, mordile».

Mi trascina in camera, mi spinge sul letto, mi slaccia i pantaloni e tira fuori il cazzo. «Niente male per un provinciale». Lo lecca lentamente, dal glande alle palle, sbava ovunque, poi lo ingoia profondo guardandomi negli occhi. Le tengo la testa, le scopo la bocca prima piano, poi più forte quando ne chiede ancora. Tossisce un po’ ma le piace, gli occhi le si riempiono di lacrime di piacere.

Poi si mette a cavalcioni sulla mia faccia, perizoma spostato, fica rasata e già fradicia che sfrega sul mio viso. «Leccami, fammi venire». Immergo la lingua, succhio il clitoride gonfio, infilo due dita nel buco che cola come una fontana. Lei si contorce, mi spalma la faccia, geme come una cagna. E poi la chicca: si solleva un po’, dice «apri la bocca» e mi piscia un getto caldo dritto dentro. Sapore salato, caldo, sporco – cazzo, ancora piscio? Ma sono duro come non mai, ne bevo una parte, il resto mi cola sul petto. Lei ride: «Ti piace, eh? Al mio ex faceva schifo, ma tu sei un bravo ragazzo».

Scende, si impala sul mio cazzo con un colpo solo, inizia a cavalcare come una vacca in calore. Le tette rimbalzano, le schiaffeggio, le pizzico. Accelera, si masturba il clitoride contemporaneamente, viene urlando, fica che stringe il mio cazzo. La giro, la prendo a pecorina, le schiaffeggio il culo rosso, infilo un dito nel suo buchetto mentre la martello. Lei supplica «più profondo», le tiro i capelli, esplode di nuovo, squirta sulle lenzuola.

La finisco in missionario, gambe sulle mie spalle, la sbatto finché non vengo dentro di lei, getti potenti che la fanno tremare. Crolliamo esausti, coperti di sudore e piscio.

La mattina dopo vado al lavoro con un sorriso da idiota, ma dentro di me penso: merda, anche scappando finisco con ragazze che mi pisciano addosso. Parigi mi ha maledetto.