Un posto a Madagascar
capitolo 3📝 846 parole👁 10 visualizzazioni

La notte senza fine

Quella notte non dormii.
Sdraiato nel letto della residenza, con l’aria condizionata che ronzava piano, fissavo il soffitto bianco come se lì potessi trovare delle risposte. Fuori, i rumori di Tana filtravano dalla finestra socchiusa: un cane che abbaiava lontano, il rombo di un taxi-brousse che saliva la salita di Ambatonakanga, musica salegy attutita proveniente da un bar di Isoraka. Ma tutto sembrava distante. Nella mia testa c’era solo lei.

Ennemiah.

La sua risata cristallina quando mi aveva fatto assaggiare il mofo gasy. Il modo in cui il suo vestito lambahoany aderiva leggermente alla pelle per l’umidità. Le sue labbra piene intorno a un pezzo di mango, il succo che colava lentamente sul mento e che lei aveva asciugato con un gesto grazioso della mano. I suoi occhi neri, immensi, che mi guardavano come se fossi l’unica cosa che contava in quella città di due milioni di abitanti.

Mi rigirai dieci, venti volte. Provai a pensare al lavoro: ai colloqui previsti per lunedì, a Rina e Andry che iniziavano a ambientarsi, alla mail che avevo mandato alla sede per validare il budget formazione. Niente da fare. La sua immagine tornava, più precisa, più insistente.

Verso le due del mattino accesi la lampada sul comodino. Il telefono era posato lì. Aprii la galleria foto, quasi controvoglia. C’era quella foto che avevo scattato al Lac Anosy, su sua insistenza: lei accanto a me, il braccio intorno alla mia spalla, il corpo premuto contro il mio, la testa inclinata verso di me con quel sorriso splendente. Le sue trecce sfioravano il mio collo sullo schermo, e quasi potevo risentire il profumo di vaniglia che emanava da lei.

La guardai a lungo. Troppo a lungo.

La mia mano scivolò sotto il lenzuolo senza che me ne rendessi davvero conto. Chiusi gli occhi, rivedendo i suoi fianchi ondeggiare mentre camminava davanti a me nei vicoli del mercato di Analakely, la curva dei suoi lombi, la finezza delle sue caviglie. Pensai alla sua voce cantilenante che pronunciava il mio nome – «Damien» – con quell’accento che arrotava la «r».

Mi accarezzai prima lentamente, poi più in fretta, la colpa e il desiderio che combattevano dentro di me. Non avevo mai fatto una cosa del genere pensando a un’altra donna che non fosse mia moglie da quando ci eravamo sposati. Ma stavolta era più forte di me. Quando arrivò il piacere, violento e quasi doloroso, soffocai un gemito nel cuscino, vergognoso e al tempo stesso sollevato.

Dopo rimasi sdraiato al buio, col fiato corto. Mi sentivo sporco. Traditore. Eppure sapevo già che l’avrei richiamata.

La mattina dopo resistetti fino a mezzogiorno. Pranzai da solo al ristorante della residenza, un piatto di ravitoto con maiale e riso rosso, cercando di concentrarmi sul computer. Ma a ogni notifica il cuore mi balzava, sperando fosse il suo nome. Alla fine non resistetti più. Presi il telefono e scrissi:

«Ciao Ennemiah. Grazie ancora per ieri. Saresti libera questo pomeriggio per continuare la visita?»

La sua risposta arrivò in meno di un minuto:

«Sì!!! Ti aspetto alle 15 davanti al caffè di Isoraka, quello con i tavoli di legno. Stavolta indosso un vestito rosso 😘»

Chiusi gli occhi per un istante. Sapevo di stare giocando col fuoco.

Quando la vidi, appoggiata alla facciata del caffè, in un vestito rosso aderente che lasciava poco all’immaginazione, sentii le mie buone intenzioni sgretolarsi una dopo l’altra. Mi baciò sulle guance, ma stavolta le sue labbra si attardarono un po’ più vicine alla mia bocca.

«Mi sei mancato, vazaha», sussurrò.

Camminammo per le strade di Isoraka, quel quartiere bohémien con i suoi vecchi edifici coloniali, gallerie d’arte e bar alla moda. Mi portò in un piccolo cortile interno nascosto, un posto tranquillo con bouganville in fiore e panchine di pietra. Non c’era quasi nessuno.

Si sedette vicinissima, la coscia contro la mia. Posò la mano sul mio ginocchio, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

«Pensi a me di notte?» chiese piano, alzando gli occhi verso di me.

Non risposi. Non potei.

Si chinò, e stavolta non mi ritrassi. Le sue labbra sfiorarono le mie, prima piano, poi più a fondo. La sua lingua cercò la mia, calda, insistente. Le sue mani scivolarono sulla mia nuca, tra i capelli. La attirai a me, sentendo il calore del suo corpo attraverso il tessuto sottile del vestito.

Non resistetti più.

Ci baciammo a lungo, come se il mondo intorno non esistesse più. Quando ci separammo, senza fiato, mi guardò con un sorriso insieme vittorioso e tenero.

«Vieni», sussurrò alzandosi e prendendomi la mano.

La seguii senza riflettere, col cuore che batteva all’impazzata.

Mi condusse lungo un vicolo stretto, poi verso un portone di legno dietro cui si sentiva musica soft. Tirò fuori una chiave dalla borsa.

«È casa di un’amica. Non c’è questo pomeriggio.»

Aprì la porta, mi tirò dentro e richiuse alle nostre spalle.

Nella penombra fresca della casa si voltò verso di me, mi passò le braccia intorno al collo e mi baciò di nuovo, più forte.

Sapevo che stavo per oltrepassare il confine.

E proprio mentre le sue dita cominciavano a sbottonarmi la camicia, mentre sentivo la sua pelle bollente sotto le mie mani, il telefono vibrò nella mia tasca.

Una chiamata in arrivo.

Il nome sullo schermo: «Amore mio ❤️»

Mia moglie.