La mia nuova vita a Parigi
capitolo 3📝 978 parole👁 4 visualizzazioni

Una serata da dimenticare

Una serata da dimenticare

Cazzo, che giornata. Primo giorno a La Défense, e mi hanno dato uno schiaffo monumentale. Dalle 8 del mattino mi hanno buttato nella vasca grande: schermi ovunque, curve che salgono e scendono più veloci della mia pressione, un capo che parla in sigle come se dovessi sapere tutto, e colleghi che ti guardano con quel sorrisetto di superiorità tipo «benvenuto tra i grandi, provinciale». Ho passato la giornata ad annuire e prendere appunti, fingendo di capire delta, gamma e tutto quel casino, pregando di non farmi sgamare già il primo giorno.

Alle 19 esco dalla metro a Pont de Levallois, gambe di gelatina e cervello in ebollizione. Tutto quello che voglio è una birra fredda, qualcosa da sgranocchiare e dimenticare che domani ricomincia. Salgo al sesto, sbatto la porta, butto giacca e cravatta sul divano e vado dritto in cucina ad aprire una Kronenbourg. La notte sta già calando, le luci degli edifici si accendono una a una. Il mio piccolo rituale della sera prima mi torna in mente, e l’uccello freme solo al pensiero.

Tiro appena le tende, giusto abbastanza per guardare senza essere troppo evidente, e mi sistemo con la birra davanti alla grande finestra. Prima lo spettacolo solito: la vecchietta che si trascina in salotto in vestaglia, l’adolescente già col telefono in crop top (di lei riparleremo dopo). Ma stasera è la giovane coppia a rubare la scena.

Il tipo e la ragazza col bimbo sono stavolta in camera da letto, porta spalancata sul salotto. Lei ha una camicina corta nera, trasparente sui lati, di quelle che abbracciano perfettamente le sue curve post-gravidanza: fianchi più larghi, tette pesanti che quasi escono dalla scollatura, e un culo sodo che ondeggia a ogni passo. Lui è in boxer grigi tesi, già bello duro solo a vederla girare per la stanza.

Cominciano piano: lui la afferra per la vita mentre lei mette via qualcosa sullo scaffale, le appoggia il petto alla schiena, le bacia il collo. Lei ride, si gira, e in due secondi le loro bocche si incollano come magneti. Lingue che si cercano, mani che esplorano. Lui infila una mano sotto la camicina, afferra una tetta intera, la impasta mentre lei già geme nella sua bocca. L’altra mano va dritta sul culo, strizza le chiappe, le separa un po’ come per controllare se è già bagnata.

Lei non aspetta molto. Gli strappa quasi i boxer, l’uccello schizza fuori, duro, venoso, il glande già lucido. Si mette subito in ginocchio sul tappeto, senza preliminari del cazzo, e se lo ingoia fino in fondo alla gola. Il tipo butta la testa all’indietro, le afferra i capelli e inizia a scoparle la bocca a ritmo. Si vede la saliva colarle sul mento, le guance incavarsi a ogni succhiata. Cazzo, sa il fatto suo, questa mammina modello di giorno.

Sento l’uccello indurirsi all’istante nei pantaloni del completo. Poso la birra, abbasso la zip e tiro fuori l’uccello già duro. Inizio a segarmi piano mentre li guardo, ben premuto contro il vetro freddo.

Lui la tira su di colpo, la sbatte contro il muro vicino alla finestra (grazie per la vista perfetta), le alza la camicina e le spalanca le cosce. Le strappa le mutandine con un gesto secco, le butta via e infila due dita dritte nella figa. Lei inarca la schiena, apre la bocca spalancata, le labbra tremano mentre lui la dita come un martello pneumatico. È fradicia, brilla persino da qui. Tira fuori le dita, se le lecca con un sorriso da stronzo, poi la solleva tutta contro il muro. Lei gli avvolge le gambe intorno alla vita, e lui la penetra con un colpo secco. Lei lancia un grido soffocato, unghie nella sua schiena.

La scopa così, in piedi, tenendola per il culo. Le tette rimbalzano a ogni colpo, quasi uscendo dalla camicina. A volte rallenta per ruotare i fianchi, farla gemere più forte, poi accelera come un animale. Lei gli morde la spalla per non urlare troppo, probabilmente per il bimbo che dorme nella stanza accanto.

Poi la rimette giù, la gira verso il letto, la china in avanti. Lei si aggrappa alle lenzuola, inarca la schiena, offre il culo come una cagna in calore. Lui le spalanca le chiappe, ammira la vista due secondi e la riprende in pecorina senza aspettare. Gli schiaffi di pelle contro pelle devono rimbombare in tutto l’appartamento. Le afferra i fianchi, la tira indietro violentemente a ogni colpo, le palle sbattono contro la figa. Lei gira la testa verso la finestra per una frazione di secondo, come se sentisse di essere guardata, ma no, è troppo presa.

Io mi sega più veloce adesso, l’uccello bello gonfio, il glande sensibile. Mi immagino al posto del tipo, a sfondare questa piccola borghese che di giorno fa la mamma perfetta.

Lui accelera ancora, lei si morde il braccio per soffocare i gridi, e vedo il suo corpo irrigidirsi: viene, cosce che tremano, schiena inarcata al massimo. Il tipo ringhia, dà tre-quattro colpi brutali e si scarica dentro di lei con un gemito. Resta dentro qualche secondo, poi esce piano. Si vede lo sperma colarle lungo la coscia.

E io lascio andare tutto. Cazzo, vengo forte. Lo sperma schizza in getti caldi e grossi e sbatte sul vetro, cola lentamente sulla finestra. Resto lì, ansimante, l’uccello ancora in mano, a guardare le mie strisce bianche gocciolare.

E poi, tornando in me, noto una cosa. Due piani più su, nell’edificio di fronte, un tizio è alla finestra. Completo slacciato, cravatta allentata, mi fissa dritto. Ha la mano nei pantaloni e mi fa un piccolo cenno con la testa e un sorrisetto storto. Il bastardo mi ha guardato tutto il tempo. Sapeva che mi stavo segando e si è goduto lo spettacolo.

Gli rendo un sorriso imbarazzato, rimetto via l’uccello e finalmente chiudo le tende. Parigi, due giorni qui e già faccio parte di un club di voyeur tra palazzi. Se continua così, non vorrò mai più tornare a Poitiers.